
Non esiste il colore in assoluto. E’ sempre un rapporto. Un rapporto tra l’oggetto e l’osservatore (addirittura lo stato fisico dell’osservatore), tra l’oggetto e la direzione dei raggi che l’illuminano, tra la materia di cui è formato l’oggetto e lo stato psicologico dell’osservatore, nel senso che entrambi si suggestionano a vicenda. L’oggetto cioè con il suo colore ha una determinata suggestione sull’osservatore, e questi contemporaneamente vede il colore che in quel momento ha interesse o piacere a vedere in quell’oggetto.
[…] E’ con l’abitudine che si impara a guardare i colori. E’ dopo una certa esperienza che riusciamo a distinguere quanto c’è di grigio in un giallo o quanto c’è di blu in un grigio. E questi sono fattori dai quali non si può prescindere nel cinema a colori perché la pellicola riproduce molto più fedelmente di quanto l’occhio umano non sia in grado di vedere e riprodurre quel colore in un determinato oggetto.
[…] Ma nel cinema tutto ciò che nella vita comune è inconscio deve diventare consapevole. E lo diventa appunto con l’abitudine, l’abitudine a guardare i colori così come sono, a guardare la realtà così com’è. Colorata.
Michelangelo Antonioni
Beppe Sebaste, I quadri di Michelangelo Antonioni